Alla luna (poesia di Percy Bysshe Shelley)

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Alla luna (traduzione di Franco Buffoni)

I

Sei tu pallida di stanchezza

Perché sali in cielo e scruti la terra

Vagando sola tra stelle di nascita

Ben differente,

E perché muti sempre, come un occhio triste

Che non trova oggetto degno di attenzione?

II

Tu, sorella diletta dello spirito

Che in te si fissa finché pietà non sente.

 

(Poesia tratta dal volume  secondo di Poeti romantici inglesi, a cura di Franco Buffoni, Tascabili Bompiani, 1990)

Ho ballato con la luna (poesia di Franca Fagone)

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Franca Fagone, che letterariamente si firma Ines, nasce a Milano, nel quartiere Isola (ci tiene a dirlo). Abita a Gessate dagli anni ottanta. Scrive poesie da quando era ragazzina e anni fa scriveva brevi racconti per una famosa rivista. Alla domanda sul perché scrive risponde: “Ogni cosa mi ispira, vorrei valorizzare le cose belle della terra e la fantasia mi porta in ogni angolo del mondo”. Infatti la sua produzione è caratterizzata da fervida fantasia e da immagini di semplicità e serenità, in alcune poesie anche giocosità, nonostante le grandi prove che ha sopportato grazie al suo forte senso religioso. Fa parte del Gruppo Poesia di Gessate.

Di Franca Fagone propongo la poesia HO BALLATO CON LA LUNA. Questo componimento rispecchia la fervida fantasia e la lievità dell’autrice che trova una gioia rassicurante anche nelle piccole cose, fatte di niente.

HO BALLATO CON LA LUNA

Stanotte,
verso l’ora quarta
mi sono svegliata
e tra le fessure
delle persiane
una pallida
luce filtrava
nella mia stanza.
Nel buio
piccoli raggi
luminosi
misteriosi
danzavano
con mille
pulviscoli d’oro
nella notte.
Allora
con le mie mani
ho sognato la luce
che nel buio
era tutto un mistero.
Le mie mani
sono diventate farfalle,
muovendole
proiettavano
sul muro
vari disegni
inventati da me,
che non conoscevo.
Poi, il raggio
piano, piano
è sparito
con mio grande
dispiacere.
Il piccolo sogno
con la mia amica
luna, terminato!

Ringrazio Franca Fagone per aver gentilmente acconsentito a pubblicare su questo blog la sua poesia.

La luna in poesia: Sandro Penna (1906-1977)

Mi nasconda la notte e il dolce vento.
Da casa mia cacciato e a te venuto
mio romantico amico fiume lento.

Guardo il cielo e le nuvole e le luci
degli uomini laggiù così lontani
sempre da me. Ed io non so chi voglio
amare ormai se non il mio dolore.

La luna si nasconde e poi riappare
– lenta vicenda inutilmente mossa
sovra il mio capo stanco di guardare.

***

Mentre noi siamo qui, fra consuete
cose sepolti, –

è sul mondo la luna
e bagna il canto ai contadini. Quete
ascoltano le siepi.
Il fondo ascolto
della mia vita a quel lume di luna.

***

La luna di settembre su la buia
valle addormenta ai contadini il canto.

Una cadenza insiste: quasi lento
respiro di animale, nel silenzio,
salpa la valle se la luna sale.

Altro respira qui, dolce animale
anch’egli silenzioso. Ma un tumulto
di vita in me ripete antica vita.

Più vivo di così non sarò mai.

***

La luna ci guardava assai tranquilla
al di là dello schermo ov’egli attento
seguiva le incredibili vicende
col suo profilo di bambino, caro
a quella luna già, ma assai lontano
solo mezz’ora prima…

***

Come è bella la luna di dicembre
che guarda calma tramontare l’anno.
Mentre i treni si affannano si affannano
a quei fuochi stranissimi ella sorride.

***

Alla luna

A te che chiaro hai il volto il mio nascondo.
all’ombra di un grande albero che appena
mi copre, appena copre il mio tumulto.
Felicità o dolore, o forse solo
l’ombra di un cane odi un fanciullo ancora
che restare non vogliono animali.

***

Era il maggio felice. E tu, mia luna,
forse ridevi degli antichi amori.
Ti ho lasciato il fanciullo, i cari odori
di cui forse ridevi, antica luna.

***

Era l’alba sugli umidi colli.
E la luna danzava ancora assorta
colle lepri del sogno. La lattaia
discendeva il suo colle. Ognuno amava
la propria casa come una scoperta.

***

Se l’estate cede, la luna
fa tenero il cielo, tenerissimo.
Al nero fitto fogliame degli alberi
concede tenerezza.

***

Le notti vuote, piene di tamburi
che passano d’un tratto. Ma la luna
accorda ogni vagito nel silenzio.

La luna in poesia: Ada Negri (1870-1945)

NOTTURNO DELLA LUNA (da Il libro di Mara, 1919)

Notte, divina notte,
non so chi chiami, non so chi pianga,
se i grilli o le roride erbe,
se l’anima mia
o l’anima dell’infinito.

Notte, divina notte,
ancor tutta intrisa di lagrime
per la recente pioggia
e così grave di aromi
che la mia carne n’è inferma,
dietro ombre di nubi la luna
cammina cammina cercando
la strada che non troverà,
la strada della felicità.

Notte, divina notte,
dimmi ove è nascosto il mio amore:
ch’era mio e le mie braccia
non bastarono a custodirlo,
ch’era mio ed io ero sua
e adesso non ho più nulla
e non sono più di nessuno.
Conducimi passo per passo
lungo le vie della luna
fin ch’io lo tocchi senza vederlo,
fin ch’io lo stringa senza baciarlo,
poi che non ha più bocca:
e in esso affondi, siccome
dentro la fossa una morta,

e sia silenzio.

***

INCANTESIMO (Il libro di Mara, 1919)

Vanno per vie deserte tagliate a metà dalla luna

I due amanti felici d’amarsi, certi d’essere uniti in eterno:

fianco contro fianco, spalla contro spalla, e pur li separa l’aria impalpabile:

cuore contro cuore, amore contro amore, e pur li separa la Vitamorte:

vicinissimi,

lontanissimi.

Seguono il nastro d’ombra perché troppo chiara e curiosa è la luna

che sparge diamanti sui tetti, che rende i muri intenti come volti,

trae brividi bianchi dall’acqua del canale sorpreso nel sonno,

pone sulle cimase e sulle porte misteriose parole di splendore.

Così limpida e casta la luna, così nera e vellutata l’ombra:

fascia di lente carezze intrisa di un denso sentore di tigli;

Ed egli bisbiglia: «Domani!» ed ella risponde: «Sempre!»

E vanno, e non sanno che un d’essi, il più forte, preso è già nella tela di ragno tessuta per lui dalla morte:

spalla contro spalla, amore contro amore,effimeri nell’attimo, illusi d’eternità,

vicinissimi,

lontanissimi.

***

ADDIO DELLA LUNA (I canti dell’isola, 1925)

La luna stilla un suo pianto d’oro nel mar di viola:

tacite lagrime d’alba, tristezza di partir sola.

Ad una ad una le stelle sono scomparse lontano:

tristezza d’aver camminato tutta la notte invano.

Si piega, sempre più stanca: affonda, sempre più smorta:

tristezza, innanzi alla vita, sparire senz’esser morta.

Pur le conviene obbedire al Sommo che la governa:

nel vuoto che non perdona, tristezza d’essere eterna.

***

CORALE NOTTURNO (I canti dell’isola, 1925)

Quando sarò sepolta nel paese di mia madre,
là dove la bruma confonde i fertili solchi terrestri coi solchi del cielo,
le rane ed i rospi dei fossi mi canteranno la nenia notturna.
Dagli acquitrini melmosi, filtrando fra il bianco umidor della luna,
in soavi cadenze di flauti, in tremolii lunghi di pianto sciogliendomi il cuore,
blandiranno il mio sogno, custodi della perenne malinconia.
Malinconia della patria, con sapore di terra bagnata e di grano maturo,
con quieto pudore di case ove accendon le madri pei figli la lampada al desco,
con fumo di tetti, ansare di fabbriche, radici dei vivi e dei morti,
a me verrà, con me dormirà, portata da canti di rane e di rospi,
quando sarò sepolta nel paese di mia madre.

***

CREPUSCOLO
da Il dono (1936)

La luna, appena sorta,
splende tranquilla dietro il deodara.
Venuta è per narrargli
novelle del paese delle stelle;
ma c’è un bimbo in giardino
che guarda e ascolta – e non esiste al mondo
ora, per lui, che quelle grande luna
color di rosa dietro il deodara.

La luna in poesia: Sibilla Aleramo (1876-1960)

LUNARE

Luna falcata fra correnti nubi
alta sul ciglio di rupi nere,
e pensier e sensi in me d’eterna notte,
argentata appena da fuggente beltà.

Per tutta la vita volli de’ miei giorni
Far cosa di luce, cosa d’amore,
ed essi posi avanti ogni mia arte,
e d’essi feci poesia perenne,

oh, giorni, trascoloranti riviere,
giorni miei duri diamanti!

Ma in eterno non saprò se errai,
se più savio era per l’opere sole vivere,
opere tante create più che vivo palpito,
e dai baci dai pianti dai sogni,
se saggezza umana sotto i cieli respira,
voler più fortemente trarre statue e leggi,
trarre un canto più di me grande.

La luna in poesia: Emily Brontë (1818-1848)

(Traduzione di Anna Luisa Zazo; poesie tratte dal volume Anne, Charlotte, Emily Brontë: Poesie, a cura di Silvio Raffo, Mondadori, 2004)

2.
Freddo chiaro azzurro il cielo del mattino
distende in alto il suo arco
fredde chiare azzurre le acque del Werna
riflettono il cielo invernale
la luna è tramontata
Venere splende in argenteo silenzio.

6.
Piegata da un vento in tempesta erica alta oscillante
mezzanotte chiarore lunare luminose stelle
tenebre e gloria gioiosamente riunite
terra che sale al cielo cielo che alla terra discende
lo spirito umano liberando dal suo cupo carcere
ogni vincolo infrangendo ogni sbarra e catena

Selvagge foreste sui fianchi della montagna
prestano voce possente al vento che dà vita
fiumi che si uniscono al canto di gioia
rompendo gli argini percorrendo le valli
più fonde più vaste precipitando le acque
nulla lasciando che desolato deserto

Splendore e tenebre e fecondità e morte
dalla notte al giorno continuo fluire
fragore di tuono dolce sospiro di musica
ombre su ombre che avanzano e fuggono
lampi improvvisi che sfidano l’ombra
rapidi a giungere veloci a svanire

45.
Sono felice quanto più conduco
l’anima lontana dalla sua veste d’argilla
nel vento della notte quando la luna è chiara
e lo sguardo spazia in mondi di luce

Quando io non sono e nessuno è con me
terra né mare né cielo senza nubi
soltanto lo spirito libero e vagabondo
nella vasta infinita immensità

80.
Ho sostato sulla porta ho innalzato lo sguardo
ho contemplato il cielo e le montagne scure
il plenilunio faceva vela nell’oceano celeste
i venti mormoravano arcani mormorii

E sono entrata tra le mura della scura casa-prigione
sorgeva misteriosa dalle onde dell’erica

133.
È la luna una luna d’estate
quieta silenziosa e chiara
l’ora solenne di mezzanotte
diffonde dolci pensieri ovunque

Ma più che altrove là dove gli alberi
innalzano rami dolci di brezza
o piegano a terra le fronde
e offrono un sicuro rifugio

E là in quei liberi pergolati
giace una forma armoniosa
erba verde e fiori umidi di rugiada
dolci ondeggiano attorno al viso

134.
The Night-Wind

Nella mite mezzanotte estiva
splendeva senza nubi la luna
dalla finestra aperta della stanza
sui roseti umidi di rugiada

Sedevo sognando in silenzio –
la brezza mi gonfiava i capelli
mi diceva che il cielo è glorioso
e bella la terra addormentata –

Ma quei pensieri erano già in me
prima ancora che spirasse il vento
pure continuava a sussurrarmi lieve
«Come saranno oscuri i boschi!»

«Le fronde al soffio del mio respiro
Stormiscono simili a un sogno,
e le loro innumeri voci
sono come istinto di vita»

Io dissi: «Vai dolce cantore,
la tua voce che accarezza è dolce
ma non credere che la sua musica
possa giungere alla mia mente –

«Gioca coi fiori profumati,
coi ramoscelli dei giovani alberi –
i miei sentimenti umani
seguiranno liberi la loro via.»

L’errante non voleva lasciarmi
più caldo si fece il suo bacio –
«Oh, vieni» sospirava soave
«saprò vincere il tuo aspro volere –

«Non è lunga la nostra amicizia?
Sin dall’infanzia ti ho amato
sin da quando tu hai amato la notte
che nel silenzio ridesta il mio canto.

«E quando il tuo cuore riposerà
sotto la pietra del cimitero
io avrò molto tempo per piangere
tu per essere sola.» –

La luna in poesia: Giacomo Leopardi (1798-1837)

ALLA LUNA

O graziosa luna, io mi rammento
Che, or volge l’anno, sovra questo colle
Io venia pien d’angoscia a rimirarti:
E tu pendevi allor su quella selva
Siccome or fai, che tutta la rischiari.
Ma nebuloso e tremulo dal pianto
Che mi sorgea sul ciglio, alle mie luci
Il tuo volto apparia, che travagliosa
Era mia vita: ed è, né cangia stile,
O mia diletta luna. E pur mi giova
La ricordanza, e il noverar l’estate
Del mio dolore. Oh come grato occorre
Nel tempo giovanil, quando ancora lungo
La speme e breve ha la memoria il corso,
Il rimembrar delle passate cose,
Ancor che triste, e che l’affanno duri!

***
CANTO NOTTURNO DI UN PASTORE ERRANTE DELL’ASIA (Giacomo Leopardi)

Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,
Silenziosa luna?
Sorgi la sera, e vai,
Contemplando i deserti; indi ti posi.
Ancor non sei tu paga
Di riandare i sempiterni calli?
Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga
Di mirar queste valli?
Somiglia alla tua vita
La vita del pastore.
Sorge in sul primo albore
Move la greggia oltre pel campo, e vede
Greggi, fontane ed erbe;
Poi stanco si riposa in su la sera:
Altro mai non ispera.
Dimmi, o luna: a che vale
Al pastor la sua vita,
La vostra vita a voi? Dimmi: ove tende
Questo vagar mio breve,
Il tuo corso immortale?

Vecchierel bianco, infermo,
Mezzo vestito e scalzo,
Con gravissimo fascio in su le spalle,
Per montagna e per valle,
Per sassi acuti, ed alta rena, e fratte,
Al vento, alla tempesta, e quando avvampa
L’ora, e quando poi gela,
Corre via, corre, anela,
Varca torrenti e stagni,
Cade, risorge, e più e più s’affretta,
Senza posa o ristoro,
Lacero, sanguinoso; infin ch’arriva
Colà dove la via
E dove il tanto affaticar fu volto:
Abisso orrido, immenso,
Ov’ei precipitando, il tutto obblia.
Vergine luna, tale
È la vita mortale.

Nasce l’uomo a fatica,
Ed è rischio di morte il nascimento.
Prova pena e tormento
Per prima cosa; e in sul principio stesso
La madre e il genitore
Il prende a consolar dell’esser nato.
Poi che crescendo viene,
L’uno e l’altro il sostiene, e via pur sempre
Con atti e con parole
Studiasi fargli core,
E consolarlo dell’umano stato:
Altro ufficio più grato
Non si fa da parenti alla lor prole.
Ma perché dare al sole,
Perché reggere in vita
Chi poi di quella consolar convenga?
Se la vita è sventura,
Perché da noi si dura?
Intatta luna, tale
È lo stato mortale.
Ma tu mortal non sei,
E forse del mio dir poco ti cale.

Pur tu, solinga, eterna peregrina,
Che sì pensosa sei, tu forse intendi,
Questo viver terreno,
Il patir nostro, il sospirar, che sia;
Che sia questo morir, questo supremo
Scolorar del sembiante,
E perir dalla terra, e venir meno
Ad ogni usata, amante compagnia.
E tu certo comprendi
Il perché delle cose, e vedi il frutto
Del mattin, della sera,
Del tacito, infinito andar del tempo.
Tu sai, tu certo, a qual suo dolce amore
Rida la primavera,
A chi giovi l’ardore, e che procacci
Il verno co’ suoi ghiacci.
Mille cose sai tu, mille discopri,
Che son celate al semplice pastore.
Spesso quand’io ti miro
Star così muta sul deserto piano,
Che, in suo giro lontano, al ciel confina;
Ovver con la mia greggia
Seguirmi viaggiando a mano a mano;
E quando miro in cielo arder le stelle;
Dico fra me pensando:
A che tante facelle?
Che fa l’aria infinita, e quel profondo
Infinito seren?che vuol dir questa
Solitudine immensa? ed io che sono?
Così meco ragiono: e della stanza
Smisurata e superba,
E dell’innumerabile famiglia;
Poi di tanto adoprar, di tanti moti
D’ogni celeste, ogni terrena cosa,
Girando senza posa,
Per tornar sempre là donde son mosse;
Uso alcuno, alcun frutto
Indovinar non so. Ma tu per certo,
giovinetta immortal, conosci il tutto.
Questo io conosce e sento,
Che degli eterni giri,
Che dell’esser mio frale,
Qualche bene o contento
Avrà fors’altri; a me la vita è male.

O greggia mia che posi, oh te beata,
Che la miseria tua, credo, non sai!
Quanta invidia ti porto!
Non sol perché d’affanno
Quasi libera vai;
Ch’ogni stento, ogni danno,
Ogni estremo timor subito scordi;
Ma più perché giammai tedio non provi.
Quando tu siedi all’ombra, sovra l’erbe,
Tu se’ queta e contenta;
E gran parte dell’anno
Senza noia consumi in quello stato.
Ed io pur seggo sovra l’erbe, all’ombra,
E un fastidio m’ingombra
La mente, ed uno spron quasi mi punge
Sì che, sedendo, più che mai son lunge
Da trovar pace o loco.
E pur nulla non bramo,
E non ho fatto a qui cagion di pianto.
Quel che tu goda o quanto,
Non so già dir; ma fortunata sei.
Ed io godo ancor poco,
O greggia mia, né di ciò sol mi lagno.
Se tu parlar sapessi, io chiederei:
Dimmi: perché giacendo
A bell’agio, ozioso,
S’appaga ogni animale;
Me, s’io giaccio in riposo, il tedio assale?

Forse s’avess’io l’ale
Da volar su le nubi,
E noverar le stelle ad una ad una,
O come il tuono errar di giogo in giogo,
Più felice sarei, dolce mia greggia,
Più felice sarei, candida luna.
O forse erra dal vero,
Mirando all’altrui sorte, il mio pensiero:
Forse in qual forma, in quale
Stato che sia, dentro covile o cuna,
È funesto a chi nasce il dì natale.