Fernanda Romagnoli

Fernanda Romagnoli

Fernanda Romagnoli

Come scrive Donatella Bisutti nella bella introduzione a “Il tredicesimo invitato e altre poesie”, 2003, Libri Scheiwiller, raccolta postuma di poesie, Fernanda Romagnoli (1916-1986) è stata «uno di quegli esseri votati con spasimo alla totalità (…) si è arrampicata a mani nude ad altezze impervie (…) il suo spirito sapeva essere lucido come una spada». La Bisutti infine dichiara che la Romagnoli era «padrona di uno straordinario registro linguistico di cui non è facile trovare molti equivalenti nella nostra poesia contemporanea e che fa certo di lei una delle grandi voci del nostro Novecento». A prova di queste parole trascrivo qui di seguito tre poesie tratte dalla sopraccitata raccolta.

Avvento

Mi scinderò dalla perpetua danza,
dal flusso senza fine che mi porta,
creatura di lucente libertà
io – che piangete morta.
Invaderò la casa: un solo giro
come fa il lampo.

In consistenza d’aria
assumerò il colore d’ogni stanza.
Senza toccar le cose – non ho mani -.
Senza lasciare firme sugli specchi
-non ho respiro -.

Vi stupirà la tenda
che ferma taglia un brivido,
il vermiglio tumulto dei gerani,
lo scompiglio dei libri nell’eremo
della scansia. Poi, subito riemersi
come statue da un vento:
«Che cosa è stato» attoniti
vi chiederete. Diletti, non v’offenda
se durerà il mio avvento solo l’attimo
di rifluire via.

***

Il tredicesimo invitato

Grazie – ma qui che aspetto?
Io qui non mi trovo. Io fra voi
sto come il tredicesimo invitato,
per cui viene aggiunto un panchetto
e mangia nel piatto scompagnato.
E fra tutti che parlano – lui ascolta.
Fra tante risa – cerca di sorridere.
Inetto, benché arda,
a sostenere quel peso di splendori,
si sente grato se alcuno casualmente
lo guarda. Quando in cuore
si smarrisce atterrito «Sto per piangere!».
E all’improvviso capisce
che siede un’ombra al suo posto:
che – entrando – lui è rimasto chiuso fuori.

***

Falsa identità

Prima o dopo qualcuno lo scopre:
io sono già morta
da viva. È di donna straniera
la faccia tra i capelli in giù sporta
che subito si ritira,
l’ombra che dietro le tende
s’aggira di sera,
il passo che viene alla porta
e non apre. Suo il canto
che intriga i vicini coprendo
i miei gridi sepolti. Qualcuno
prima o dopo lo scopre. Ma intanto …

Lei a proclamarsi non esita,
lei mostra il mio biglietto da visita.
Io nel buio, in catene, a un palmo
da voi di distanza, sul muro
graffio questa riga contorta:
testimonianza che mio
era il nome alla porta, ma il corpo
non ero io.

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