Le foglie del rosaio (poesia di Ada Negri)

Ada Negri
Le foglie del rosaio
da Il dono (1936)

Amo le foglie del rosaio, quando
spuntan, verdi non già, nell’aspro marzo,
ma d’un rosso di porpora, venato
di sangue se vi splende a tergo il sole.
Tali son forse i rami dei coralli
nell’intrico d’immobili foreste
sottomarine; ma il rosaio in terra
li vince con la sua bellezza viva
che in un’altra bellezza si trasforma
di dì in dì. Le foglie a mezzo maggio
larghe e verdi saranno, ed innervate
di forza; e il ramo, in vetta, avrà il suo fiore.

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Ada Negri

Ada Negri (1870-1945)

Ada Negri è una poetessa che amo. In alcuni casi può sembrare “fuori moda”, ma è profondamente lirica (in poesia cerco il lirismo, non mi sento attratta dallo sperimentalismo) e le sue poesie sono fluide, è un piacere leggerle… ne riporto alcune, le mie preferite.

Le violette
(da Vespertina, 1936)

Anche quest’anno andrai per violette
lungo le prode, nel febbraio acerbo.
Quelle pallide, sai: che han tanto freddo,
ma spuntano lo stesso, appena sciolte
l’ultime nevi; e fra uno scroscio e un raggio
ti dicono: «Domani è primavera.»
Ogni anno ti confidi al tuo tremante
cuore: «È finita», e pensi: «Non andrò
per violette, non andrò mai più
per violette – ché passò il mio tempo –
lungo le prode, nel febbraio acerbo.»
Invece (e donde ignori, e da qual bocca)
una voce ti chiama alla campagna:
e vai; e i piedi ti diventano ali,
sì alta è la promessa ch’è nell’aria.
E per amor dell’esili corolle
quasi senza fragranza, ma beate
d’esser le prime, avidamente schiacci
con gli steli la zolla entro le dita.
O sempre nuova, o non guarita mai
dell’inquieto mal di giovinezza,
a chi dunque darai le tue viole?
A nessuno: a te stessa: o, forse, ad una
fanciulla che ti passi, agile, accanto,
e ti domandi dove tu l’hai colte:
sola n’è degna, ella che fresca ride
come il febbraio; e non si sa qual sia
più felice, se ella, o primavera.

***

Le foglie del rosaio
da Il dono (1936)

Amo le foglie del rosaio, quando
spuntan, verdi non già, nell’aspro marzo,
ma d’un rosso di porpora, venato
di sangue se vi splende a tergo il sole.
Tali son forse i rami dei coralli
nell’intrico d’immobili foreste
sottomarine; ma il rosaio in terra
li vince con la sua bellezza viva
che in un’altra bellezza si trasforma
di dì in dì. Le foglie a mezzo maggio
larghe e verdi saranno, ed innervate
di forza; e il ramo, in vetta, avrà il suo fiore.

***

Le due siepi
da Il dono (1936)

Sugli steli diritti come sbarre
d’acciaio, mi salutano i giaggiòli
in doppia siepe, mentre salgo all’alto
chiosco che mira, dal giardino, i campi
via digradanti verso i boschi e il fiume.
Giaggioli d’una carne violetta
quale più scura, qual più smorta: tutti
pensosità di sguardo, e rilucenti
d’una grazia guerriera; e li diresti
sbocciati sulla punta delle spade.
Fra le due schiere io salgo, nella tersa
luce del mezzodì: son principessa
di corona: men vo per chiare vie
fra cavalieri di gran scorta, armati
dell’amor che li illumina; ed ognuno
pronto è a morir per me.
Libera andare
fra i giaggioli del maggio al chiosco verde
che guarda i campi e le foreste; ed essere
principessa regnante in questo regno.

***

Neve
da Il dono (1936)

Tutte le rose bianche dei giardini
di lassù si disfogliano in silenzio
sul camposanto ove tranquilla dormi,
Delia.
Gelide sono, come il tuo
volto.
Candide sono, come il velo
che lo ricopre nella bara.
Lievi
sono, come il tuo nome; e toccan terra
con leggerezza d’ali, nel timore
di risvegliarti. Non avesti mai
tante rose nel tempo di tua vita,
né sì candide mani: mai, quand’eri tanto
stanca, t’arrise sì beato sonno,
Delia.

***

Le farfalle azzurre
da Il dono (1936)

Chi sa donde venute
tante farfalle azzurre, sul finire
di quel giugno festoso, al tuo giardino?
Tutto d’un chiaro azzurro ch’era quasi
grigio nel sole, e piccole: alianti
bassi sul prato e sull’aiuole, a sciami
leggeri, in danze che parean di sogno.
Chi sa perché, quell’anno,
tante farfalle azzurro-grige come
i tuoi occhi? E non erano i tuoi occhi,
forse, due di quell’ali,
imprigionate fra le lunghe ciglia?
E dove sono ora i tuoi occhi, dove
quelle farfalle color cielo, e l’aria
ch’io respiravo in gioia accanto a te?

***

Il manto bianco
da Il dono (1936)

Vestivi sempre
di nero, o d’un color di scure mammole
fiorite all’ombra: in quel tenace lutto
velando lo splendore
d’un’anima riflessa nella vita
come la luce nell’acque correnti.
Ma in questo giorno il tuo
tumulo è bianco, immacolatamente
bianco di neve che s’indura al gelo,
e il sol ne trae barbaglio di cristalli.
T’offre la morte un manto di sovrana
tutto candido raso costellato
di gemme; e tu non puoi
ribellarti a portarlo; ma nel buio
del tuo rifugio estremo
nascondi il volto con serena e casta
umiltà, mentre su un rosario intrecci
le dita in pace.

***

Nel vicolo
da Fons amoris (1946)

Garofano vermiglio
che pende, solo, da una finestretta
nel vicolo: sul muro umido e scabro
è tutto sangue, come un cuore offerto.

Forse lo coglierà prima di sera
la donna che ora canta
dietro la finestretta a feritoia
per puntarlo, sì acceso, fra i capelli;
e non sarà che ombra
nel vicolo.

***

E per ultima trascrivo una delle più belle poesie d’amore scritte da Ada Negri:

Sinfonia azzurra
da Il libro di Mara (1919)

Venne in cerca di te
nella calda notte, lungo le strade dai fanali azzurri.
Tutte le strade, allora, la notte erano azzurre
come le vie dei cieli,
e il volto amato
non si vedeva: si sentiva in cuore.
E ti trovò, o dolcezza, nell’ombra
casta, velata d’un vapor di stelle.
Fra quel tremolio d’astri
discesi in terra,
in quell’azzurro di due firmamenti
l’uno a specchio dell’altro, ella ella pure
rispecchiò in te l’anima sua notturna.
E ti seguì con passo da bambina
senza sapere, senza vedere, tacita e fluida.
E allor che il giorno apparve
con fresco riso roseo su l’immenso turchino,
non trovò più se stessa
per ritornare.

La luna in poesia: Ada Negri (1870-1945)

NOTTURNO DELLA LUNA (da Il libro di Mara, 1919)

Notte, divina notte,
non so chi chiami, non so chi pianga,
se i grilli o le roride erbe,
se l’anima mia
o l’anima dell’infinito.

Notte, divina notte,
ancor tutta intrisa di lagrime
per la recente pioggia
e così grave di aromi
che la mia carne n’è inferma,
dietro ombre di nubi la luna
cammina cammina cercando
la strada che non troverà,
la strada della felicità.

Notte, divina notte,
dimmi ove è nascosto il mio amore:
ch’era mio e le mie braccia
non bastarono a custodirlo,
ch’era mio ed io ero sua
e adesso non ho più nulla
e non sono più di nessuno.
Conducimi passo per passo
lungo le vie della luna
fin ch’io lo tocchi senza vederlo,
fin ch’io lo stringa senza baciarlo,
poi che non ha più bocca:
e in esso affondi, siccome
dentro la fossa una morta,

e sia silenzio.

***

INCANTESIMO (Il libro di Mara, 1919)

Vanno per vie deserte tagliate a metà dalla luna

I due amanti felici d’amarsi, certi d’essere uniti in eterno:

fianco contro fianco, spalla contro spalla, e pur li separa l’aria impalpabile:

cuore contro cuore, amore contro amore, e pur li separa la Vitamorte:

vicinissimi,

lontanissimi.

Seguono il nastro d’ombra perché troppo chiara e curiosa è la luna

che sparge diamanti sui tetti, che rende i muri intenti come volti,

trae brividi bianchi dall’acqua del canale sorpreso nel sonno,

pone sulle cimase e sulle porte misteriose parole di splendore.

Così limpida e casta la luna, così nera e vellutata l’ombra:

fascia di lente carezze intrisa di un denso sentore di tigli;

Ed egli bisbiglia: «Domani!» ed ella risponde: «Sempre!»

E vanno, e non sanno che un d’essi, il più forte, preso è già nella tela di ragno tessuta per lui dalla morte:

spalla contro spalla, amore contro amore,effimeri nell’attimo, illusi d’eternità,

vicinissimi,

lontanissimi.

***

ADDIO DELLA LUNA (I canti dell’isola, 1925)

La luna stilla un suo pianto d’oro nel mar di viola:

tacite lagrime d’alba, tristezza di partir sola.

Ad una ad una le stelle sono scomparse lontano:

tristezza d’aver camminato tutta la notte invano.

Si piega, sempre più stanca: affonda, sempre più smorta:

tristezza, innanzi alla vita, sparire senz’esser morta.

Pur le conviene obbedire al Sommo che la governa:

nel vuoto che non perdona, tristezza d’essere eterna.

***

CORALE NOTTURNO (I canti dell’isola, 1925)

Quando sarò sepolta nel paese di mia madre,
là dove la bruma confonde i fertili solchi terrestri coi solchi del cielo,
le rane ed i rospi dei fossi mi canteranno la nenia notturna.
Dagli acquitrini melmosi, filtrando fra il bianco umidor della luna,
in soavi cadenze di flauti, in tremolii lunghi di pianto sciogliendomi il cuore,
blandiranno il mio sogno, custodi della perenne malinconia.
Malinconia della patria, con sapore di terra bagnata e di grano maturo,
con quieto pudore di case ove accendon le madri pei figli la lampada al desco,
con fumo di tetti, ansare di fabbriche, radici dei vivi e dei morti,
a me verrà, con me dormirà, portata da canti di rane e di rospi,
quando sarò sepolta nel paese di mia madre.

***

CREPUSCOLO
da Il dono (1936)

La luna, appena sorta,
splende tranquilla dietro il deodara.
Venuta è per narrargli
novelle del paese delle stelle;
ma c’è un bimbo in giardino
che guarda e ascolta – e non esiste al mondo
ora, per lui, che quelle grande luna
color di rosa dietro il deodara.