La luna in poesia: Ada Negri (1870-1945)

NOTTURNO DELLA LUNA (da Il libro di Mara, 1919)

Notte, divina notte,
non so chi chiami, non so chi pianga,
se i grilli o le roride erbe,
se l’anima mia
o l’anima dell’infinito.

Notte, divina notte,
ancor tutta intrisa di lagrime
per la recente pioggia
e così grave di aromi
che la mia carne n’è inferma,
dietro ombre di nubi la luna
cammina cammina cercando
la strada che non troverà,
la strada della felicità.

Notte, divina notte,
dimmi ove è nascosto il mio amore:
ch’era mio e le mie braccia
non bastarono a custodirlo,
ch’era mio ed io ero sua
e adesso non ho più nulla
e non sono più di nessuno.
Conducimi passo per passo
lungo le vie della luna
fin ch’io lo tocchi senza vederlo,
fin ch’io lo stringa senza baciarlo,
poi che non ha più bocca:
e in esso affondi, siccome
dentro la fossa una morta,

e sia silenzio.

***

INCANTESIMO (Il libro di Mara, 1919)

Vanno per vie deserte tagliate a metà dalla luna

I due amanti felici d’amarsi, certi d’essere uniti in eterno:

fianco contro fianco, spalla contro spalla, e pur li separa l’aria impalpabile:

cuore contro cuore, amore contro amore, e pur li separa la Vitamorte:

vicinissimi,

lontanissimi.

Seguono il nastro d’ombra perché troppo chiara e curiosa è la luna

che sparge diamanti sui tetti, che rende i muri intenti come volti,

trae brividi bianchi dall’acqua del canale sorpreso nel sonno,

pone sulle cimase e sulle porte misteriose parole di splendore.

Così limpida e casta la luna, così nera e vellutata l’ombra:

fascia di lente carezze intrisa di un denso sentore di tigli;

Ed egli bisbiglia: «Domani!» ed ella risponde: «Sempre!»

E vanno, e non sanno che un d’essi, il più forte, preso è già nella tela di ragno tessuta per lui dalla morte:

spalla contro spalla, amore contro amore,effimeri nell’attimo, illusi d’eternità,

vicinissimi,

lontanissimi.

***

ADDIO DELLA LUNA (I canti dell’isola, 1925)

La luna stilla un suo pianto d’oro nel mar di viola:

tacite lagrime d’alba, tristezza di partir sola.

Ad una ad una le stelle sono scomparse lontano:

tristezza d’aver camminato tutta la notte invano.

Si piega, sempre più stanca: affonda, sempre più smorta:

tristezza, innanzi alla vita, sparire senz’esser morta.

Pur le conviene obbedire al Sommo che la governa:

nel vuoto che non perdona, tristezza d’essere eterna.

***

CORALE NOTTURNO (I canti dell’isola, 1925)

Quando sarò sepolta nel paese di mia madre,
là dove la bruma confonde i fertili solchi terrestri coi solchi del cielo,
le rane ed i rospi dei fossi mi canteranno la nenia notturna.
Dagli acquitrini melmosi, filtrando fra il bianco umidor della luna,
in soavi cadenze di flauti, in tremolii lunghi di pianto sciogliendomi il cuore,
blandiranno il mio sogno, custodi della perenne malinconia.
Malinconia della patria, con sapore di terra bagnata e di grano maturo,
con quieto pudore di case ove accendon le madri pei figli la lampada al desco,
con fumo di tetti, ansare di fabbriche, radici dei vivi e dei morti,
a me verrà, con me dormirà, portata da canti di rane e di rospi,
quando sarò sepolta nel paese di mia madre.

***

CREPUSCOLO
da Il dono (1936)

La luna, appena sorta,
splende tranquilla dietro il deodara.
Venuta è per narrargli
novelle del paese delle stelle;
ma c’è un bimbo in giardino
che guarda e ascolta – e non esiste al mondo
ora, per lui, che quelle grande luna
color di rosa dietro il deodara.

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